Primula

Sorprende, in questi tempi ancora freschi, andar per boschi  spogli, dove il colore dominante è quel  grigio bruno  dei tronchi e delle foglie a terra, e venire sorpresi dall'occhieggiare bianco dei bucaneve, e quello giallo pallido delle primule.


Avvisi di primavera, forse un po' precoci,  si conquistano un posto nell'orizzonte visivo della natura a noi vicina, soppiantando gli elleboro,  prima che lo scoppiare della stagione ne faccia diluire i colori dei loro fiori nel movimentato arazzo multicolorre dei germogli e delle nuove fioriture.
Primula come speranza di primavera, come rugiada senza brina, acqua senza ghiaccio.

"Io servo la regina delle fate
irroro di rugiada i suoi cerchi d'erba
Le primule alte le fanno da scorta
le macchie sui loro mantelli dorati
sono rubini, doni di fate,
néi che diffondono profumi inebrianti
Ora vado a raccogliere stille  di rugiada
perle da appendere all'orecchio di ogni primula."
 ( Sogno di una notte di mezza estate, attoII, sc.I, W.Shakespeare)


I folletti ne mangiano foglie e fiori  in insalata, o ne fanno tisane.  Si usava un tempo per emicranie e reumatismi

"La primula  è calda e ricava tutta la sua viridità dall'ardore del sole. [...] La primula trae le sue forze  principalmente dal sole e per  questo che calma la melanconia nel cuore dell'uomo."
( Libro delle Creature, Ildegarda von Bingen)


La nascita delle Stelle Alpine

Una leggenda romantica e tragica, riscoperta tra le Storie della Madreselva 

Nei tempi lontani della nostra storia, le valli erano abitate da pochi uomini riuniti in villaggi, e da altri esseri molto più antichi di loro.
Tra le montagne l’eco della Creazione non si era ancora smorzato, e ciascuno viveva di quello che la montagna, i suoi boschi e i suoi prati potevano offrire.


Esther e Lupo vivevano insieme, erano innamorati.
In ogni spazio della loro casa, in ogni oggetto, nei gesti che essi compivano si respirava il loro amore, la concordia, la pace.
Esther filava e tesseva la lana, la sua maestria era tale che persino i Signori da altre valli le commissionavano stole, mantelli, calzari e indumenti. Ella rendeva il filato morbido e lucente.
Per vezzo e per necessità indossava sempre una cappa di morbida lana, resa bianchissima dalla lisciva.
Lupo, tenendo fede al suo nome, era cacciatore. Percorreva le valli in lungo e in largo, cacciando per nobili e mercanti che ambivano ad avere sempre selvaggina a tavola.
Ogni mattina diceva a Esther: “Vado a caccia, tornerò dopo il tramonto.” E lei lo sapeva nei boschi intorno al villaggio, a caccia di caprioli, o sulle pendici rocciose a inseguire camosci.
Oppure: “Parto per inseguire un preda, non so quando tornerò” Esther capiva che doveva cacciare un lupo o un orso, che avevano depredato il bestiame di qualche contadino o minacciato la pace di qualche piccolo borgo.  E quelle notti da sola non finivano mai.
Ma appena ve ne era l’occasione, nella stagione calda, i due amavano trascorrere le serate nella piazza del villaggio, a discorrere con amici e conoscenti, o andare nel borgo vicino, ove feste e mercati erano più frequenti. Al ritorno, a notte inoltrata, sedevano sull’uscio di casa, e osservavano le stelle, che ruotavano in silenzio nel cielo.
Una mattina Lupo disse a Esther: “Parto per cacciare camosci sopra i prati del Pegherol, tornerò questa sera.” Ella lo salutò e iniziò il suo lavoro quotidiano. Il giorno trascorse, e il tramonto colorò di rosso le cime intorno al villaggio. Lupo non era ancora tornato, ma Esther non se ne preoccupò. Spesso la preda lo conduceva per sentieri lunghi da percorrere.
Il manto della notte coprì di oscurità la valle, ma Lupo non rientrava. La preoccupazione di Esther cominciò a farsi insistente, anche se ella cercava ogni ragione per giustificare il ritardo.
Trascorse la notte nel dormiveglia, il capo appoggiato al tavolo ove una lanterna restava accesa, pronta per il rientro di Lupo.
L’aurora la vide sveglia, e poco dopo, indossata la candida cappa, Esther si avviò verso  la zona di caccia.


Raggiunse i prati, ma del suo uomo non v’era traccia.  Prese a salire, mentre il cuore batteva sempre più veloce nel suo petto. Superò il limite del bosco, ove i pini cedono il posto a prati chiazzati qua e là da cespugli di mughi e radi larici contorti.  Lo sguardo poteva spaziare su ampi versanti erbosi, e cime rocciose punteggiate di chiazze di neve. Nessun segno di Lupo o del suo passaggio.
Per ore cercò su quelle montagne,  invocando il nome del suo uomo a gran voce, di tanto in tanto. Solo l’eco le rispondeva.
Seguendo una esile traccia di sentiero, tra gli sfasciumi, vide improvvisamente una sagoma bruna, immobile, che ostruiva il passaggio. Si avvicinò, era un camoscio,  moribondo, con il fianco squarciato da una freccia.  Riconobbe quella freccia. Il braccio che aveva teso l’arco che la lanciò era quello di Lupo.
L’angoscia l’assalì. Mai era successo che una preda fosse lasciata agonizzante, senza tentare di porre fine alle sue sofferenze affrettando l’ultimo respiro. Lupo non le avrebbe rifiutato il colpo di grazia, se non fosse successo qualcosa a lui.
Il sangue dell’animale indicava a ritroso da dove provenisse. Esther fu tentata di correre avanti, seguendo le tracce. Ma prima doveva compiere un atto di pietà. Pose la sua testa accanto a quella del camoscio, mormorò una preghiera di perdono, e pose fine alla sua vita con un taglio netto alla gola dell’animale.
Proseguì quasi correndo sino alla sommità del monte,  là il sentiero si addentrava tra rocce affilate e umide.  Si arrampicò, con mani e piedi,  sugli scomposti anfratti della cima. E lo vide.
Il corpo scomposto era in un buco tra le rocce. Immobile. Morto. Irraggiungibile.  Esther urlò tutta la sua  disperazione. Urlò, ma nessuno poté udirla, troppo lontane erano le case degli uomini.
Cercò di raggiungere Lupo, ma le pareti rocciose erano troppo ripide, e lo spazio angusto. Provò ad allungare un braccio, ma le sue dita non riuscivano neppure a sfiorarlo.
Stette a lungo in ginocchio , piangendo lacrime su di lui, gridando il suo nome, imprecando contro il destino che si era frapposto tra loro, impendendole di amarlo ancora, per sempre.
Le mani sanguinavano per le rocce affilate, il cuore era in tumulto, la mente confusa. Pregò perché venisse tolta anche a lei la vita, che senza Lupo il sapore del quotidiano da dolce che era si era fatto amaro.
Il tempo passava. Sulla montagna c’era solo lei, a custodire quel corpo. Il giorno si avviava al declino.
La ragazza cercò dei fiori da gettare sul corpo dell’amato, ma intorno a lei solo rocce e erba resa grigia dalla polvere. Sollevò lo sguardo verso il cielo che si stava riempiendo di stelle. Pensò: “Oh, potessero le stelle scendere e coprire il mio uomo dormiente. Perché io, di fiori così belli, non ne ho trovati.”
Con il buio giunse il freddo, ma Esther non se ne curava. Il suo pensiero vagava tra i ricordi degli anni passati insieme a Lupo, delle risate, dei baci, dei milioni di passi percorsi.
Pensava, rivolgendosi a lui:
“Mi accorgo che tutto il tempo passato insieme
è stato allo stesso momento
tempo di semina
e tempo di raccolto.
Abbiamo seminato la nostra fedeltà
non solo alle nostre anime
all’essenza stessa dell’Amore
e abbiamo raccolto Gioia.”
Consolata da questo pensiero, Esther si stese sull’erba gelida, diede un ultimo sguardo alle stelle, coprì il capo con la sua candida cappa, e si addormentò per sempre.

Nella notte, la montagna era tornata silenziosa, immobile.

Lentamente le stelle, che avevano udito l’invocazione di Esther, scesero sulla Terra. Sfiorarono la bianca cappa della ragazza e si distesero nei prati intorno, intenzionate a rendere omaggio ai due giovani e al loro amore.
Da allora le stelle alpine impreziosiscono le cime delle montagne con i loro fiori, dai petali candidi e soffici come la cappa di una giovane sposa.




Piantaggine

Da piccolo pensavo che quelle spighe potessero essere l'equivalente delle pannocchie di mais per gli insetti, o che, come nei film che hanno formiche e altri minuscoli esseri come protagonisti, potessero essere usati come spade e lance ( rispettivamente la piantaggine maggiore e quella lanceolata).
Mio zio raccoglieva le spighe mature lungo le sponde erbose del Naviglio, per integrare il menù della sua voliera, o per  spargerne un po' di fronte all'ingresso del negozio e osservare, nei periodi di calma, i passeri avvicinarsi per beccare quei minuscoli semi.
La trovi nei bordi dei sentieri, nei prati polverosi  come era il campetto dell'oratorio, indifferente al nostro calpestio ma purtroppo  vittima dell'ozio  dei pomeriggi estivi, durante i quali si fischiava con un filo d'erba teso tra i palmi delle mani, si strappavano i polloni ai pioppi e si sgranavano quelle piccole pannocchie  impolverate.

Piantaggine maggiore
Ha proprietà antiinfiammatorie, cicatrizzanti e antibiotiche.


Ma è una storia fantasy?



Quando incappai nell'universo tolkeniano,  più o meno all'età di quindici anni, nella biblioteca della mia città, avevo già fatto conoscenza con Nani, elfi e salamandre. Era questo il titolo che identificava il capitolo sul fantasy nel mitico "Manuale delle Giovani Marmotte".
Insomma, avevo già letto un po' di romanzi fantasy, ma l'incontro con il mondo della Terra di Mezzo mi aveva folgorato, Perchè non si trattava di leggere delle storie, ma di scoprire un mondo. Un mondo fantastico, certo, popolato da esseri speciali, ma non sfacciatamente magico.
Scoprii più tardi che il Professore si richiamava all'epica antica, alle leggende del Nord, e persino i linguaggi inventati traevano spunto dagli antichi idiomi parlati in Europa.
E questo me lo rendeva ancora più affascinante.

Le storie fantastiche abbondano tra  i racconti e le leggende tramandate nelle culture montane. Una tra tutte, forse tra le più complete e organiche è la Leggenda dei Fanes.  Si narra di un popolo, alleato con le marmotte, che costretto a seguire le mire espansionistiche di un re, finisce per scomparire.
Nella storia e nei racconti a essa correlati, vi è abbondanza di streghe, personaggi fantastici, nani e animali parlanti, tanto che lo si potrebbe definire un fantasy 'ante litteram'.



Sedotto da questa ultima narrazione, ne ho tratto spunto per il primo abbozzo del romanzo  "Madreselva", ma presto mi sono reso conto che il mio lavoro avrebbe dovuto soggiacere ad alcune leggi fondamentali  del fantasy:
1) la sospensione dell'incredulità: ogni volta che leggo un qualsiasi tipo di narrativa, o assisto ad un'opera teatrale o cinematografica sono disposto ad accettare qualsiasi situazione che nel nostro mondo sia  semplicemente improbabile o impossibile ( ad esempio , che si possa viaggiare nel tempo) affinchè possa fruire di quell'opera di fantasia. E' necessaria una coerenza nella narrazione e una adesione al canone di riferimento perchè la sospensione sia effettivamente efficace.

2) la creazione di un mondo: le opere fantasy non sono ambientate nel mondo "reale" quello che noi abitiamo. Esistono in mondi alieni, tuttalpiù in realtà parallele alla nostra ma nascoste ( come è il caso della saga di Harry Potter). Io intendo raccontare del nostro mondo, della Storia di una specifica valle. quella attraversata dal fiume Brembo,  in un periodo preciso, la prima metà del XV secolo.

3) la classificazione:  la letteratura di genere è sottoposta a una classificazione che incasella ogni opera. Non volevo correre il rischio di essere etichettato come fantasy solo per aver introdotto un po' di magia (che, a ben vedere, forse c'è).


 Quanto di fantastico si può trovare nelle storie di Madreselva è quello che percepivano le donne  e gli uomini dell'epoca, che vivevano qualsiasi fenomeno non facilmente comprensibile come  proveniente da forze sovrannaturali, perlopiù guidate dagli spiriti malvagi.

Pertanto non troverete storie fantasy. Storie fantastiche, sì. Leggende che venivano tramandate  a ogni stagione, imbevute del fantastico che popolava il mondo medievale, e a cui si ricorreva quando non si era in grado di spiegare i fenomeni naturali. Quelle le troverete.

Ma il mondo di Madreselva non è un mondo fantasy. E' il mondo delle nostre radici, della nostra storia che in quei secoli ha visto decine di guerre civili insanguinare le valli e le pianure  di tutto il nostro Paese, che ancora non si riconosceva come Nazione.

Per raccontare una storia si deve creare un mondo. Così dice Umberto Eco: "per raccontare bisogna innanzitutto costruirsi un mondo, il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari".
Intento di questo blog è quello di essere di supporto al romanzo per ri-creare il mondo di Madreselva.


I luoghi

In questi ultimi tempi mi è apparso evidente, come quando soffi sulla cenere grigia di un camino e splende vivida la brace ancora accesa, che l'ispirazione per le #storiedellamadreselva non proviene (solo) dalla letteratura che mi è capitata tra le mani, ma soprattutto dai luoghi che, specialmente in Val Brembana, Val d'Aosta, Val di Fassa, ho scoperto. Uno in particolare, un agriturismo molto conosciuto in Valle, è stato catalizzatore del primo nucleo della storia principale di Madreselva, che mi auguro di potervi offrire nel corso di questo duemilaventi.
















Elleboro, rosa di Natale


Alcuni, sbagliando, lo confondono con il bucaneve,  ma è più precoce. Fiorisce in dicembre, in concomitanza delle feste natalizie, e meglio le rappresenta, per discrezione e  purezza, rispetto all'Euforbia Stella di Natale, peraltro di origine messicana, e non autoctono come il nostro.
Quelli in commercio sono ovviamente coltivati, ma ho messo in piena terra una pianta qualche anno fa ( all'ombra, con sufficiente umidità) e ogni anno ci omaggia con i suoi fiori bianchi.

E' una pianta tossica, con proprietà medicali, che NON suggeriamo tuttavia di replicare.
Ritenevano facesse buono il sangue, pulisse le ferite e guarisse le fistole. Provoca il vomito.

Santa Ildegarda indicava l'Elleboro come utile per scacciare la follia.
Di sicuro la bellezza del suo fiore che sfida i rigori dell'inverno induce pensieri di speranza, così necessari  in questi tempi bui.

Silene

Come molti della mia età, conoscevo questa pianta per l'effetto che deriva dallo schiacciare le infiorescenze mature e ottenere quel debole schioppo che è causa del suo nome nelle lingue locali del Nord (sciopetin o sciopetì). La conoscevo esclusivamente per quella caratteristica, così come i tarassaco ( erba matta) per la nuvola di semi che si facevan volare soffiandoci sopra.  Mia nonna  mi propinava qualche volta minestre con il tarassaco, naturalmente tenendomi all'oscuro.
I miei raccoglievano malva per farne infusi rinfrescanti, e camomilla, quando capitava.
Della piantaggine maggiore, mio zio raccoglieva i semi per poi darli ai suoi canarini.
Pur vivendo in un contesto ancora vicino alla terra, la mia cultura sulle erbe era ( e rimane)  frammentaria.


Silene Vulgaris ( da Wikipedia - licenza CC)

Resto quindi piacevolmente sorpreso nello scoprire le proprietà  delle piante. ancora di più quando le assaporo in qualche piatto della tradizione montana. 
Apprendere  poi che le conquiste della medicina nascono proprio dall'analisi dei principi attivi  delle piante , induce un senso di meraviglia,  tanto più grande quanto più si approfondisce lo studio, con metodo scientifico,  della natura.