Madreselva - Incipit



Come ogni notte, gli alberi oltre il confine del bosco erano neri e immobili. Lontano, le chiome si confondevano con le rocce ugualmente scure. 

Quelli accanto al villaggio invece ardevano del riflesso delle fiamme che stavano consumando stalle e abitazioni. Le vacche, le capre, gli uomini, tutti sopraffatti dal terrore, invadevano le strette vie, si intralciavano, calpestavano, in una confusione che era più che mai alimento prediletto della paura.

Alcuni avevano osato porre un freno all’ondata ghibellina, ma poco poterono qualche falcione e un paio di scuri contro una masnada di guerrieri armati finanche di balestre.
Ora i difensori giacevano a terra, senza più respiro. Delinda aveva evitato zoccoli e corna degli animali in fuga per giungere al luogo dove lo scontro si era fatto più crudo, la piazza al centro del villaggio. Temeva per Viviano, accorso a difendere le poche cose del villaggio.
Quello che vide la paralizzò.

Nello spiazzo c’erano corpi afflosciati come otri vuoti, la terra era nera dal sangue rappreso.
Il suo fidanzato era appoggiato a un tronco, il suo corpo squarciato da ferite mortali. Tentava una debole difesa agli attacchi di un nemico in fronte a lui, stringendo un corto baselardo. Ma l’assalitore, in piedi, parò facilmente i colpi e, quasi noncurante, affondò la spada nel ventre del giovane.

Delinda urlò, sentendo in tutto il suo essere la devastazione del corpo del suo amato. 

L’omicida alzò lo sguardo. Forse non si aspettava di vedere una donna ritta, immobile, gli occhi penetranti i suoi. Forse il dolore letto nel volto della ragazza era troppo forte da sopportare. Fu dunque l’uomo il primo a rivolgere gli occhi da un’altra parte. 

Un momento dopo Delinda si riscosse e si avventò sul nemico con la stessa forza del temporale. Ma l’assassino era svelto di spada, e fece compiere al suo ferro un largo arco, a circoscrivere uno spazio entro il quale non era prudente accostarsi.

Quel fendente raggiunse Delinda sulla guancia, scavando un solco profondo e pulsante. Ella si sentì mancare per il dolore. Lo slancio verso l’uomo si disarticolò in un ruzzolare scomposto che la portò con la faccia per terra.

Prima di perdere i sensi vide uno di quegli assassini avvicinarsi al corpo di Viviano e cercare di strappargli il baselardo dalle mani, ma il suo capo lo fermò. 

«Lascia! Abbiamo fatto abbastanza qui. Andiamo!»


Si risvegliò mentre il chiarore dell’aurora incendiava i bordi delle montagne. I pagliai e le abitazioni colpite erano diventati brace palpitante, così come lo era la sua guancia.

Si trascinò accanto a Viviano. Un rantolo intermittente era il solo segno di vita in quel corpo martoriato.

«Viviano! Viviano!»

Il dolore diede forza a Delinda, che si sedette accanto a lui e raccolse in un abbraccio il corpo senza forze.

Il calore della fanciulla sospese per un momento la discesa nell’oblio del giovane. Aprì gli occhi e riconoscendola tentò di allargare il volto in un sorriso.

Lei ricambiò, mentre le sue lacrime lavavano il sangue dal volto tumefatto dell’amato. Mentre teneva fissi gli occhi su di lei, il respiro cessò. 

Un sottile lamento nacque dal cuore di Delinda, si espanse nel suo petto, uscì dalla bocca come un roco singhiozzo, un urlo interrotto.

Avevano ucciso il suo amato. I sogni che insieme avevano sognato, le speranze coltivate, il lavoro per costruire un futuro insieme, cancellati nell’attimo di un agguato. Il dolore la prese tremendo, pressante. Le invase la mente lasciando che solo un acuto pensiero salisse alla coscienza.

Vendetta.

Prese il baselardo  di Viviano e lo strinse tra le mani fino a sanguinare.

Avrebbe vendicato il suo Viviano.




Il capitano e la fanciulla


Il sole aveva cessato di indorare l’acqua del lago e si era coricato dietro i monti.

L'uomo aveva posato la spada, la punta tra le onde a raffreddare l’odio e il sangue che la ricoprivano.

Era stanco.

L'erba sotto il suo corpo era fresca, emanava un sottile profumo. Erba novella, buona per il pascolo. Chissà se la sua mandria c'era andata, al pascolo, quest'estate.

Nauseato per tutto il sangue versato, le gambe verso l'acqua del lago che pigramente sciabordava, portava la testa all'indietro, scrutando le pendici della montagna striata dal sangue di guerrieri e di draghi.

Gli abitanti del borgo di Amandael avevano accolto lui e i suoi armigeri senza dire una parola, rifocillandoli e ospitandoli nelle loro case. Il nemico era stato respinto, ma il prezzo pagato era stato molto alto.

Tre dei suoi uomini erano stati uccisi, e molti giacevano senza conoscenza, preda dell’alito del drago. Anche tra gli uomini del lago molti erano stati e giacevano ancora in un torpore dal quale nulla poteva svegliarli.

Per altri, solo il silenzioso passaggio al sonno eterno.

Lo sciamano del villaggio stava facendo tutto quanto era in suo potere, ma al vedere la natura delle ferite aveva scosso la testa.

Molti tra gli uomini persi erano stati suoi amici, e tra chi gia-ceva nella terra del piccolo cimitero del villaggio vi era suo fratello.

Con lui aveva passato molte stagioni a condurre le bestie sull’alpe. Avevano insieme riso e provato paura, arrampicato e scaracollato giù per discese interminabili, sognato giovinette da corteggiare e famiglie da costruire.

La vita lo aveva poi condotto per altri sentieri, lui Capitano delle guardie del Signore , e il fratello ancora là, sull’alpe a preparare formaggi e osservare tramonti.

Ora si rammaricava di aver chiamato anche lui, quando gli fu ordinato di raccogliere uomini per snidare i diavoli del Montcöden, che terrorizzavano la riva orientale del lago.

Il fratello aveva lasciato a malincuore le bestie e lo aveva seguito, perché aveva fama di grande Capitano, che mai aveva subito una sconfitta.

Piangeva, per quella e le altre perdite, ma un comandante obbedisce sempre al suo Signore, anche a costo della vita. Propria o degli altri. Anche a costo di sentirsi per l'eternità responsabile della morte o della mutilazione di chi ti considera un eroe.

Pensieri vani, come il risaccare dell’acqua.

Un fruscio tra le canne lo allertò. Non mise mano alla spada: un nemico non avrebbe fatto un tale rumore.

Infatti apparve ai suoi occhi una giovane del borgo. Portava una cesta colma di cibo.

La osservò, sorpreso dal suo incedere a un tempo stesso leg-giadro e incerto. Non portava le vesti infagottate dei contadini, ma una tunica leggera che ne esaltava le forme, suscitando in lui più di un’emozione.

Le spalle dritte, i seni sboccianti dalla tunica, le braccia diafane e vellutate la rendevano una creatura desiderabile a chiunque fosse dotato di occhi e non fosse più un bambino

“Il capo villaggio mi ha chiesto di portarti da mangiare e bere”.

Il cavaliere fece un cenno come per ringraziare, ma la ragazza lo fermò, posandogli la mano sulla spalla.

Ebbe come un brivido. La mano della fanciulla, avvertita da sotto la tunica, pareva senza calore.

Lei riprese: “No, non occorre. Siamo noi a doverti ringraziare. I diavoli del Montcöden opprimevano il villaggio da anni, pretendendo tributi, e quando i denari e le bestie scarseggiava-no, il pagamento era richiesto sotto forma di giovani donne.

Nessuno riusciva a tener loro testa.

La nostra resistenza era debole, solo qualche audace osava porre mano alla spada, ma quelli erano troppi e troppo crudeli, e del ribelle restava in breve tempo solo il ricordo.

Si dice che i Diavoli lo annegassero nel punto più profondo del lago, affinché il suo corpo non potesse più tornare in superficie”.

La osservò. Era molto bella, ma qualcosa nel suo volto gli pareva ambiguo, sfuggente.

Gli zigomi alti, il viso lungo tradivano l'appartenenza ad una gente che non era di quel villaggio.

Cercò lo sguardo della giovane, ma ella si voltò. Per un atti-mo l’ondeggiare dei capelli rivelò una strana ferita sul collo, dietro l’orecchio. Svelta la ragazza si pose il cappuccio del mantello sulla testa, e quel gesto non fece che accrescere la curiosità del capitano.

“Com’è cominciata la guerra?”.

Sapeva già le ragioni, ma le volle sentire dalla voce della fanciulla. Forse per ascoltarne la cadenza sensuale, che rapiva nell’ascolto, o forse per un dubbio che lo rodeva nel cuore.

“Si iniziò a causa dell’acqua.

Le tribù del Montcöden chiedevano l’accesso al lago, che a loro dire, gli era stato concesso molti anni addietro, ma poi improvvisamente era stato loro negato.

I notabili del paese avevano consultato i documenti in loro possesso, ma non risultava nessuna concessione o contratto. Nessuna carta che parlasse delle tribù del Montcöden.

Quelli allora chiesero di nuovo, e i nostri negarono ancora il passaggio. Iniziarono allora i primi scontri, si passò alle scaramucce, e da queste alle battaglie, che confluirono in una lunga guerra”.

Il Capitano aveva ascoltato il commento della ragazza in silenzio. Corrispondeva alla relazione che aveva spinto il suo Signore a convocare la sua Compagnia e a metterla a disposizione dei suoi alleati del Lago.

Un dubbio, tuttavia, si era affacciato dapprima con timidezza poi, al proseguire del racconto, con sempre più decisione.

“Li chiamate Diavoli del Montcöden, ma io li ho visti, ho visto il loro sangue, udito i loro lamenti. Sono uomini, coriacei e pericolosi, ma uomini.

E l’alito del drago altri non è che la nebbia che sale dalla pianura e si sfilaccia tra le guglie del monte”.

Posò il piatto colmo di cibo. Ne era stato attratto, ma ora era assalito da un senso di nausea.

Levatosi in piedi, incalzò la ragazza, con domande, mentre l’ansia lo prendeva, insieme alla paura di aver compiuto azioni inutili e di aver condotto alla morte uomini a causa di un disegno oscuro.

Ella abbassò il viso, forse a nascondere segreti che temeva di svelare.

“Guardami, quando ti parlo!”. Le prese il volto tra le mani, costringendola a guardarlo negli occhi.

E da quegli occhi fu rapito.

Nello stesso tempo, comprese di essere vittima di un inganno e di avere di fronte l’essere femmineo più bello e sensuale mai visto sulla terra.

Seppe che a scatenare la guerra non erano stati gli abitanti della montagna, e nemmeno gli uomini del lago: altre presenze avevano acceso la scintilla, perché il dolore del conflitto avvilisce le anime, e più facile è il loro controllo.

L’intento era proprio quello di mettere le genti le une contro le altre, per imporre la propria legge a entrambi i popoli.

E gli uomini scomparsi non erano morti, ma resi schiavi per soddisfare le ambizioni degli occulti esseri che si nutrivano di dolore.

Questo aveva saputo guardando negli occhi la fanciulla.

Lo aveva saputo perché anch’ella era parte di quella stirpe, che inseguiva il dominio di tutte le genti del lago, per instaurare un regno di dolore e di morte.

Voleva allontanarsi da lei, ma il suo sguardo lo ammaliava, e non riusciva a provare nessun sentimento ostile.

Mentre lui la guardava, sembrava recitare incantesimi. Quello che egli comprese fu una sola parola: “Resta”.

Ora nei suoi occhi vide promesse di notti infinite tra le stelle, cullati in una alcova galleggiante sul lago. Vide potere, voluttà, vide il dipanarsi di un amore esclusivo, appassionato e sensuale.

L’immaginazione corse verso banchetti festosi approntati in suo onore, balli, musiche, cibi succulenti, poi notti calde, baci appassionati e ancora potere, facoltà di decidere del destino di altri.

Ma, più forte, in lui albergava un senso di onestà e giustizia come mai in altri uomini , e il turbinio di immagini gli mostrò quale dura realtà di sofferenza lo avrebbe atteso.

Perché tutto questo si sarebbe realizzato giurando fedeltà alla stirpe della fanciulla, tessitori di trame avidi di puro potere.

La tentazione era forte, gli occhi lo stregavano, si sentiva scivolare verso il completo abbandono, ma il dolore per il sangue versato a motivo dell'interesse di altri lo scosse.

Rivide i suoi compagni feriti, il corpo esanime del fratello, i pianti delle donne e dei bambini che mai avrebbero dovuto vedere sangue e distruzione.

Allontanò bruscamente il volto della giovane dal suo. Era bella, ma di una bellezza perfida.

"Non posso" rispose.

Due parole, due sole parole racchiudevano tutta la nostalgia della sua terra, del sorriso della sua gente, tutto il dolore per il fratello perduto, tutta la fatica del combattere, e tutti i progetti per il domani.

Non più ammaliato dalla fanciulla, vide distintamente il suo futuro, ed era fatto di terre alte e bestie da accudire, di una casa e di una donna, di inverni accanto al fuoco e estati di canti e mietitura.

Mai più avrebbe mietuto vite.

Riprese, con voce bassa ma decisa. “Non avrai il mio cuore, incantatrice. Il tempo dell’inganno e finito”.

Lei gli voltò le spalle, sdegnata.

Raggiunta la riva, si liberò del mantello e della veste, rivelando la sua nudità diafana, e colmando il capitano di imbarazzata sorpresa.

Ma fu solo quando si gettò nell’acqua, disegnando un elegante cerchio e senza sollevare spruzzi, che notò le squame che aveva sulla schiena e l’elegante coda di pesce al posto dei piedi.




Una capra in meno


Avvenne un tempo che Nòna, ancora nella sua giovane età, girovagando per la Valle, si trovò improvvisamente senza denari. Le erano rimasti solo pochi soldi, per qualche  pagnotta e un tocco di formaggio, sufficienti per qualche giorno. La sua intenzione era di risalire la valle sino a superare la Goggia e raggiungere Plassa.  Perché i suoi scopi si  avverassero era peró necessario che disponesse di denaro. Si mise dunque  cercare lavoro nei pressi di Dzogn. Le dissero di provare da Gesualdo, mercante e proprietario di numerosi capi di bestiame, che cercava guardiani per accudire un gregge di capre.

Nòna andò e si propose per il lavoro.  L’uomo la squadrò da capo a piedi.

“Non mi pari una contadina, sei certa di voler fare questo lavoro?”  chiese con fare sprezzante.

“Ho già condotto animali, da giovinetta. E sono abituata a star sulla montagna, se è questo che volete sapere.” rispose in modo altrettanto risoluto la donna. 

“Sta bene - rispose Gesualdo - lavorerai per me, prima però dovrai superare una prova molto semplice. Ci sono lupi e orsi che potrebbero predare le mie capre, perciò ho bisogno di guardiani che sappiano contare, oltre che non temere di incontrare una belva. Ti chiedo di contare quante capre ci sono in questo recinto.”

Nòna fece per andare a rimuovere la sbarra che chiudeva il recinto, ma fu interrotta dal padrone.

“Aspetta, così son buoni tutti! Contarle una a una quando escono o entrano è semplice. Voglio che le conti senza farle uscire dal recinto.”

La ragazza stette per qualche attimo immobile, perplessa. Da che mondo e mondo la conta delle bestie si faceva quando la mattina le si faceva uscire per il pascolo o la sera quando le si richiamava. Provò a contarle, ma le bestie si muovevano e presto perdette il conto.

Quelle capre sembravano tutte uguali!  Doveva trovare un altro metodo, doveva fare in modo che fossero un po’ diverse.


Dalle ceneri di un fuoco spento trasse un tizzone, e con esso fece a ogni capra che contava un segno sul muso, così che non rischiasse di contarla di nuovo. Dopo aver controllato di non averne lasciata  nessuna, diede la risposta al padrone.

“Sono trentatre capre nel recinto, signore.”

Egli la guardò, sforzandosi di dissimulare la sorpresa.

“Sei in gamba, ragazza. Ve bene, accudirai alle capre su nei pascoli alti, per tutta la bella stagione. Ogni giorno manderò un uomo a prendere il latte che mungerai dalle capre.

Stai bene attenta. Se al ritorno avrai perso anche una sola capra, dovrai lavorare per me  tre anni tre mesi e tre giorni. Se riporterai tutto il gregge, ti pagherò.”

“E quanto mi pagherai?” 

“Tre grossi, tre denari e tre soldi.”

Nòna acconsentì.

Salì ai pascoli della Pianca col gregge e con due cani da pastore, e si stabilì nella grotta che fungeva da rifugio.

Durante il giorno, mentre curava le capre, masticava un pezzo di  raìs dulza e osservava il cielo mutevole, magnificando Dio per le Sue opere. La notte, chiuse le capre in un barech, il recinto di pietre e posti i cani ai due lati dell’ingresso, meditava sulla grandezza del Creato e sulla insignificante piccolezza dell’uomo.

Era sola sulla montagna, con la sola compagnia dei due cani, e il quotidiano appuntamento col ragazzo che prelevava il latte da lei munto per portarlo alla casera in basso dove l'avrebbero trasformato in formaggio.

“Ci sono disordini in paese - disse un giorno il ragazzo - hanno bruciato delle case e malmenato un paio di uomini. Meglio starsene qui sull’ alpe.” 

Nòna pensó che l’ uomo non perdeva mai occasione per mostrare il suo egoismo e la sua malvagitá, e quanto piú si credeva nel giusto e benedetti dal Signore, tanto piú il suoi delitti erano efferati e crudeli.

Un giorno, era giá meriggio inoltrato, e il sole si apprestava a gettare un velo aranciato sui versanti della valle esposti a occidente, dal sentiero vide avvicinarsi delle figure. Erano un uomo e la sua compagna, che in braccio portava un infante, mentre altri due bambini li seguivano.  Nona zittí i cani e andó loro incontro. Gli occhi degli adulti erano  atterriti e stanchi, i due bimbi non si reggevano in piedi.

“Abbiate caritá per noi - esordí l’ uomo - Avreste un po’ di latte per sfamare i nostri bambini? Son tre giorni che giriamo  per la valle, e abbiamo mangiato solo poche gallette. Per fortuna l’ acqua non manca.”

Nóna li fece  accomodare nella grotta, ravvivó il fuoco, offrí loro  pane e formaggio, latte per i bambini e un sorso di vino per  l’ uomo e la donna.

“Cosa vi porta cosí lontano da casa?” Chiese Nòna, sorpresa per questo insolito incontro sulle pendici dell’ Alpe.

“Non abbiamo piú casa, ne bestiame. Non abbiamo piú nulla.   E questo a causa del mio orgoglio.”

L’ uomo,  che portava il nome di Albino,  raccontò di essersi scontrato con un signore del suo paese. Questi pretendeva che gli si cedesse il passo.  Ma l’uomo era intento a governare una vacca, per di più irrequieta, e aveva risposto con male parole al signore.  Questi lo aveva minacciato, ma Albino non gli aveva dato peso.

“ Pochi giorni più tardi un manipolo di uomini si presentò alla porta di casa. Mi presero e malmenarono, fecero uscire mia moglie e i figli dalla casa e le diedero fuoco. 

Ci ingiunsero di non mettere più piede nel villaggio, che altrimenti l’avremmo pagata con la morte. Furono sicuramente mandati dal signore che avevo offeso. 

Siamo rimasti rintanati in un fienile per due giorni, poi ci siamo messi in viaggio. Oltre Valfundra  vi è un borgo dove vive un mio cugino, ci ospiterà lui, ma i bambini hanno fame e sono stanchi.”

“Questa notte dormirete qui - rispose Nòna - non è granchè, ma c’è riparo per tutti e la legna non manca. Il fuoco vi riscalderà e renderà più leggero il vostro animo. Domani vedremo cosa posso fare per voi.” 

La famiglia non smise di ringraziare sino a quando la notta calò sulla fiamma del focolare. Nóna offrì loro una tisana preparata da lei con le erbe dell’ alpe, artemisia, melissa, menta e verbena, per conciliare il sonno.

Il giorno dopo Albino e la sua famiglia si prepararono a lasciare Nòna.

“Aspettate!” disse loro, e entrata nel barech scelsa una capra femmina, la legò e la porse ad Albino.

“Tenete, darà latte per i vostri figli e quando vi sarete sistemati potrete venderla.”

La famiglia fu sorpresa per il dono, e abbozzarono un rifiuto. Si capiva però che il latte della capra faceva loro comodo.

“Ma tu come farai? La capra non è certo tua, dovrai pagarla.”

“Oh, non preoccupatevi per me, ho del denaro messo da parte per momenti come questi.”

Albino la guardò poco convinto.

“Andate, ora. Tra breve arriverà il ragazzo del latte e non vorrei che vi vedesse qui.”

Mamma e papà raccolsero le loro cose, diedero la cavezza al più grande dei loro figli e si misero in cammino, voltandosi di continuo a salutare Nóna. 

“Ti saremo sempre grati per la tua ospitalità. Se un giorno ci rivedremo ti ricompenseremo per il bene che ci hai fatto.”

“Aspetta, non mi hai detto il nome di quel signore così permaloso.”

“Si chiama Gesualdo, Gesualdo Stuardi. Ti auguro di non averci mai a che fare.”


Nòna soffocò una risata. Era forse un segno del destino che un parziale rimborso di quanto era stato sottratto ad Albino e alla sua famiglia provenisse dalle proprietà dello stesso Signore mandante di quel sopruso. Ma mentre salutava con la mano per l’ultima volta i suoi estemporanei amici pensò che si era andata a cacciare in un bel guaio. Come avrebbe rimborsato la capra mancante? 

Doveva pensare a una soluzione, e in fretta, che la stagione bella volgeva al termine.

Passò giorni a rimuginare, immaginando scenari in cui lei fuggiva, lasciando il gregge incustodito. Ma così rischiava di avere alle calcagna gli uomini di Gesualdo, che  non sarebbero stati teneri con lei. Oppure avrebbe addotto come scusa l’attacco di un lupo o un orso, o la caduta in un dirupo. Ma niente, tutte queste scuse non l’ avrebbero salvata dallo stare al suo servizio per  tre anni tre mesi  e tre giorni. Rimpiangeva di aver accettato  l’incarico di guardiana di capre, ma non rimpiangeva di aver aiutato quella famiglia. Piena di questi pensieri, vedeva i giorni scorrere, e il mattino farsi piú pungente, e le ombre della sera allungarsi sempre piú. 

Venne il giorno  della discesa dall’ alpeggio. Nóna era ormai rassegnata a passare un bel po’  di tempo a servizio di Gesualdo, perché non le era riuscito di trovare una soluzione all’ impiccio della capra mancante. Peró era serena, perché sapeva di aver agito giustamente.

Gesualdo fu burbero e spiccio con lei. 

“Avanti, porta le capre nel recinto, e contale ad alta voce, così che possa controllare.”

Fece come le fu detto e cominció.

“Una, due, tre, quattro…”

Doveva almeno inventarsi una scusa, non sarebbe servito ad alleggerirle il giogo che l’ avrebbe legata a Gesualdo per  tre anni, tre mesi e tre giorni, ma almeno…

“Diciassette, diciotto, diciannove, venti…”

… almeno non sarebbe stata costretta a dire la veritá, che aveva aiutato una persona da lui perseguitata.

“Ventinove, trenta … trentuno e trentadue…”

“E trentatre. Bene, le hai riportate tutte, ottimo lavoro!” esclamò soddisfatto Gesualdo

Nóna rimase a bocca aperta. Com’ era possibile?

“Sono giuste?”

“Certo, sono trentatre.”

“Padrone, hai contato anche tu? Sono trentatre?”

“Come te lo devo dire?  Adesso non continuare a tediarmi, altrimenti mi passerá la voglia di pagarti.  Stai qui un momento, che vado a prendere il denaro.”

Nóna era stupefatta. Era certa di aver donato una capra alla famiglia di Albino, perció avrebbero dovuto esserci trentadue capre, non  trentatre.

Da dove era spuntata quella capra?

Gesualdo tornó con una borsa.

“Come pattuito vi sono tre grossi, tre denari e tre soldi. Puoi controllare se vuoi.”

Nóna prese la borsa tintinnante senza dir nulla. Quei soldi le avrebbero permesso di proseguire il suo viaggio.  Ma la capra? Le contava ogni sera, su all’ alpe, quando rientravano nel barech, ed erano sempre trentatre, e da quando aveva dato la capra ad Albino erano sempre state  trentadue.  

Mentre si allontanava veloce, per un irrazionale timore che quella della capra in più fosse solo un incantamento dal quale Gesualdo si sarebbe presto avveduto, continuava a cercare una spiegazione a quanto le era accaduto.

Ma spiegazione non v’era. Semplicemente, lo sguardo del Signore si era posato sul gesto di Nòna, che aveva tentato di riparare a uno sgarbo di un uomo ingiusto nei confronti della Giustizia del mondo. Egli si era compiaciuto del gesto di generosità e l’aveva premiato con il dono di una capra.


(liberamente tratto da una leggenda medievale)


Tarassaco

Credo che qualsiasi bambino abbia ben presente questa pianta. I fiori giallo acceso spiccano nel prato, lo illuminano come tante stelle. Le infruttescenze globose che si liberano dal gambo con un soffio di vento o un  fiato di bimbo, per poi veleggiare come piccoli paracadute, ancora stupiscono i più piccoli.

Sono comuni, questi fiori, in tutti i prati, e sia i fiori che i semi volanti caratterizzano il paesaggio a volte sino a estate inoltrata. Il colore giallo li fa sembrare dei piccoli solo, non è un caso che appartengano alla famiglia delle Asteracee - aster significa stella.  Ecco che ricorre il legame tra i fiori e il firmamento. Ma se con le stelle alpine il pensiero corre alle gelide notti d'alta quota, quando la luce delle stelle basta a illuminare i ghiacciai, i fiori di tarassaco evocano piuttosto le pigre sere della tarda primavera,  durante le quali ci si dilunga nei prati a parlare di futuro e d'amore.

Si consuma, il tarassaco, in molti modi. Mia nonna me lo proponeva come ingrediente del minestrone, che solo da lei accettavo di consumare.
Questa pianta ha molti nomi, ma una sola personalità. Tenace, ben piantata nella concretezza del prato, sopporta le ingiurie di bambini e adulti, pronta a offrire in cambio lo splendore delle sue corolle.

Libri che chiamano altri libri

Si sa che Herman Melville fu ispirato nella sua opera “Moby Dick” dalla lettura del libro Narrazione del naufragio della Baleniera Essex di Nantucket che fu affondata da un grosso Capodoglio al largo nell'Oceano Pacifico, scritto da uno dei protagonisti. Egli ci aggiunse poi la sua esperienza di marinaio, realizzando uno dei romanzi più potenti come creazione dell’immaginario.
Senza Walter Scott e i suoi romanzi, la stesura de “I promessi sposi” , per la quale Manzoni si avvalse anche di ricerche sui documenti dell’epoca in cui era ambientato, non sarebbe diventato il primo romanzo storico italiano e uno dei fondamenti della lingua italiana.

Nel corso degli anni mi sono trovato a far prevalere le mie preferenze in fatto di libri a favore della saggistica. Amo la narrativa, ma mi ha recentemente portato alcune delusioni per via di libri decantati come capolavori, ma che alla fine dei conti si rivelavano poco più che accettabili, senza che intaccassero l’animo del lettore come invece fanno opere come quelle incluse in questo elenco.
La saggistica invece, se ben selezionata, raramente delude. Se sei alla ricerca di risposte, o di semplice conoscenza, e scopri la chiave necessaria a cogliere il messaggio, le informazioni che l’autore ha voluto infondere nelle parole scritte, allora scatta tra te e il libro una relazione intensa, quasi amorosa.

Quell’opera diventa punto di riferimento, leggi la realtà - non tutta, solo quella porzione che copre le tematiche in questione - alla luce della conoscenza racchiusa in quel libro.

E da esso ti lasci ispirare, sia che tu stia coltivando una storia o no.

Psalterio di Eadwin - Canterbury - XII sec.

Così è accaduto a me con “De Arte Illuminandi” manuale di tecniche di miniatura scritto in Italia nella seconda metà del XIV secolo. Trovato in una libreria di remainders, la sua lettura ( parziale, a salti, non ha la trama di un romanzo, è un trattato!) ha depositato in me un grumo di conoscenza, che poi è servito per la realizzazione del racconto “Al monte” della raccolta “Alla ricerca dei draghi” che narra le vicende di un monaco mandato a recuperare del rosso cinabro presso un’altra abbazia.


Spesso accade, anche senza avere storie nella faretra, che alcuni libri lancino frecce che colpiscono e lasciano il segno. Così è stato per “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estes, che nella descrizione della Donna Selvaggia apre la stura a decine di possibili narrazioni , e che mi riprometto di riprendere in mano con la speranza che almeno una di queste narrazioni possa diventare mia.
Rethorica Antiqua - 1215  - Boncompagno da Siena

Accade anche nella stesura di Madreselva che debba confrontarmi con manuali e testi storici, per corerenza narrativa e per trarre anche in questo caso ispirazione. Mi sono stati cari, nel tempo della scrittura della storia di Madreselva, il primo libro della “Storia della Val Brembana” di Felice Riceputi, e l’Erbario Volgare del 1522.

Come ho già detto in questo blog, grande influenza nelle mie narrazioni ha avuto la leggenda di Fanes, la saga di un popolo sfortunato che rappresenta un archetipo nelle leggende e nella letteratura fantastica di montagna.
Copia originale in mio possesso - del 1951


Non sai mai cosa puoi trovare nei libri. Storie che aspettano solo di essere scoperte e narrate, o frammenti di verità e notizie che puoi comporre a piacimento per creare nuove storie, così come con le note si creano nuove melodie.


Primula

Sorprende, in questi tempi ancora freschi, andar per boschi  spogli, dove il colore dominante è quel  grigio bruno  dei tronchi e delle foglie a terra, e venire sorpresi dall'occhieggiare bianco dei bucaneve, e quello giallo pallido delle primule.


Avvisi di primavera, forse un po' precoci,  si conquistano un posto nell'orizzonte visivo della natura a noi vicina, soppiantando gli elleboro,  prima che lo scoppiare della stagione ne faccia diluire i colori dei loro fiori nel movimentato arazzo multicolorre dei germogli e delle nuove fioriture.
Primula come speranza di primavera, come rugiada senza brina, acqua senza ghiaccio.

"Io servo la regina delle fate
irroro di rugiada i suoi cerchi d'erba
Le primule alte le fanno da scorta
le macchie sui loro mantelli dorati
sono rubini, doni di fate,
néi che diffondono profumi inebrianti
Ora vado a raccogliere stille  di rugiada
perle da appendere all'orecchio di ogni primula."
 ( Sogno di una notte di mezza estate, attoII, sc.I, W.Shakespeare)


I folletti ne mangiano foglie e fiori  in insalata, o ne fanno tisane.  Si usava un tempo per emicranie e reumatismi

"La primula  è calda e ricava tutta la sua viridità dall'ardore del sole. [...] La primula trae le sue forze  principalmente dal sole e per  questo che calma la melanconia nel cuore dell'uomo."
( Libro delle Creature, Ildegarda von Bingen)


La nascita delle Stelle Alpine

Una leggenda romantica e tragica, riscoperta tra le Storie della Madreselva 

Nei tempi lontani della nostra storia, le valli erano abitate da pochi uomini riuniti in villaggi, e da altri esseri molto più antichi di loro.
Tra le montagne l’eco della Creazione non si era ancora smorzato, e ciascuno viveva di quello che la montagna, i suoi boschi e i suoi prati potevano offrire.


Esther e Lupo vivevano insieme, erano innamorati.
In ogni spazio della loro casa, in ogni oggetto, nei gesti che essi compivano si respirava il loro amore, la concordia, la pace.
Esther filava e tesseva la lana, la sua maestria era tale che persino i Signori da altre valli le commissionavano stole, mantelli, calzari e indumenti. Ella rendeva il filato morbido e lucente.
Per vezzo e per necessità indossava sempre una cappa di morbida lana, resa bianchissima dalla lisciva.
Lupo, tenendo fede al suo nome, era cacciatore. Percorreva le valli in lungo e in largo, cacciando per nobili e mercanti che ambivano ad avere sempre selvaggina a tavola.
Ogni mattina diceva a Esther: “Vado a caccia, tornerò dopo il tramonto.” E lei lo sapeva nei boschi intorno al villaggio, a caccia di caprioli, o sulle pendici rocciose a inseguire camosci.
Oppure: “Parto per inseguire un preda, non so quando tornerò” Esther capiva che doveva cacciare un lupo o un orso, che avevano depredato il bestiame di qualche contadino o minacciato la pace di qualche piccolo borgo.  E quelle notti da sola non finivano mai.
Ma appena ve ne era l’occasione, nella stagione calda, i due amavano trascorrere le serate nella piazza del villaggio, a discorrere con amici e conoscenti, o andare nel borgo vicino, ove feste e mercati erano più frequenti. Al ritorno, a notte inoltrata, sedevano sull’uscio di casa, e osservavano le stelle, che ruotavano in silenzio nel cielo.
Una mattina Lupo disse a Esther: “Parto per cacciare camosci sopra i prati del Pegherol, tornerò questa sera.” Ella lo salutò e iniziò il suo lavoro quotidiano. Il giorno trascorse, e il tramonto colorò di rosso le cime intorno al villaggio. Lupo non era ancora tornato, ma Esther non se ne preoccupò. Spesso la preda lo conduceva per sentieri lunghi da percorrere.
Il manto della notte coprì di oscurità la valle, ma Lupo non rientrava. La preoccupazione di Esther cominciò a farsi insistente, anche se ella cercava ogni ragione per giustificare il ritardo.
Trascorse la notte nel dormiveglia, il capo appoggiato al tavolo ove una lanterna restava accesa, pronta per il rientro di Lupo.
L’aurora la vide sveglia, e poco dopo, indossata la candida cappa, Esther si avviò verso  la zona di caccia.


Raggiunse i prati, ma del suo uomo non v’era traccia.  Prese a salire, mentre il cuore batteva sempre più veloce nel suo petto. Superò il limite del bosco, ove i pini cedono il posto a prati chiazzati qua e là da cespugli di mughi e radi larici contorti.  Lo sguardo poteva spaziare su ampi versanti erbosi, e cime rocciose punteggiate di chiazze di neve. Nessun segno di Lupo o del suo passaggio.
Per ore cercò su quelle montagne,  invocando il nome del suo uomo a gran voce, di tanto in tanto. Solo l’eco le rispondeva.
Seguendo una esile traccia di sentiero, tra gli sfasciumi, vide improvvisamente una sagoma bruna, immobile, che ostruiva il passaggio. Si avvicinò, era un camoscio,  moribondo, con il fianco squarciato da una freccia.  Riconobbe quella freccia. Il braccio che aveva teso l’arco che la lanciò era quello di Lupo.
L’angoscia l’assalì. Mai era successo che una preda fosse lasciata agonizzante, senza tentare di porre fine alle sue sofferenze affrettando l’ultimo respiro. Lupo non le avrebbe rifiutato il colpo di grazia, se non fosse successo qualcosa a lui.
Il sangue dell’animale indicava a ritroso da dove provenisse. Esther fu tentata di correre avanti, seguendo le tracce. Ma prima doveva compiere un atto di pietà. Pose la sua testa accanto a quella del camoscio, mormorò una preghiera di perdono, e pose fine alla sua vita con un taglio netto alla gola dell’animale.
Proseguì quasi correndo sino alla sommità del monte,  là il sentiero si addentrava tra rocce affilate e umide.  Si arrampicò, con mani e piedi,  sugli scomposti anfratti della cima. E lo vide.
Il corpo scomposto era in un buco tra le rocce. Immobile. Morto. Irraggiungibile.  Esther urlò tutta la sua  disperazione. Urlò, ma nessuno poté udirla, troppo lontane erano le case degli uomini.
Cercò di raggiungere Lupo, ma le pareti rocciose erano troppo ripide, e lo spazio angusto. Provò ad allungare un braccio, ma le sue dita non riuscivano neppure a sfiorarlo.
Stette a lungo in ginocchio , piangendo lacrime su di lui, gridando il suo nome, imprecando contro il destino che si era frapposto tra loro, impendendole di amarlo ancora, per sempre.
Le mani sanguinavano per le rocce affilate, il cuore era in tumulto, la mente confusa. Pregò perché venisse tolta anche a lei la vita, che senza Lupo il sapore del quotidiano da dolce che era si era fatto amaro.
Il tempo passava. Sulla montagna c’era solo lei, a custodire quel corpo. Il giorno si avviava al declino.
La ragazza cercò dei fiori da gettare sul corpo dell’amato, ma intorno a lei solo rocce e erba resa grigia dalla polvere. Sollevò lo sguardo verso il cielo che si stava riempiendo di stelle. Pensò: “Oh, potessero le stelle scendere e coprire il mio uomo dormiente. Perché io, di fiori così belli, non ne ho trovati.”
Con il buio giunse il freddo, ma Esther non se ne curava. Il suo pensiero vagava tra i ricordi degli anni passati insieme a Lupo, delle risate, dei baci, dei milioni di passi percorsi.
Pensava, rivolgendosi a lui:
“Mi accorgo che tutto il tempo passato insieme
è stato allo stesso momento
tempo di semina
e tempo di raccolto.
Abbiamo seminato la nostra fedeltà
non solo alle nostre anime
all’essenza stessa dell’Amore
e abbiamo raccolto Gioia.”
Consolata da questo pensiero, Esther si stese sull’erba gelida, diede un ultimo sguardo alle stelle, coprì il capo con la sua candida cappa, e si addormentò per sempre.

Nella notte, la montagna era tornata silenziosa, immobile.

Lentamente le stelle, che avevano udito l’invocazione di Esther, scesero sulla Terra. Sfiorarono la bianca cappa della ragazza e si distesero nei prati intorno, intenzionate a rendere omaggio ai due giovani e al loro amore.
Da allora le stelle alpine impreziosiscono le cime delle montagne con i loro fiori, dai petali candidi e soffici come la cappa di una giovane sposa.